Cryptovalute: attenzione alle ICO

da | Gen 9, 2018

Nell’articolo “Criptovalute: si fa presto a dire moneta” si è cercato di dare una risposta alle seguenti domande: le criptovalute sono una forma di moneta alternativa alla moneta legale? e se è così, perchè dovremmo usarle? E abbiamo visto che molte criptovalute non sono state progettate per essere moneta. In questo articolo si vuole approfondire la questione rispondendo alla seguente domanda: le criptovalute che non sono create per essere moneta alternativa, cosa sono?

A parere di chi scrive, la migliore definizione di criptovaluta è la seguente: le criptovalute sono nuove asset class che abilitano applicazioni decentrate

Un’applicazione decentrata è un modo per creare un servizio che non è gestito da una singola unità organizzativa. In generale un’applicazione decentrata consente di fare qualcosa che è già possibile fare, ma lo fa senza un’autorità centrale di governo. La criptovaluta è l’asset incentivo con cui vengono premiati i diversi soggetti che forniscono le risorse necessarie al funzionamento dell’applicazione decentrata. E’ inoltre l’asset di cui gli utenti si devono dotare per usufruire dei servizi decentrati. A tal fine tali asset sono vendibili, o scambiabili in modalità peer to peer. 

In via generale un’applicazione decentrata è inferiore alla corrispondente applicazione centralizzata in quasi tutte le dimensioni; i corrispondenti servizi infatti sono più lenti, sono più costosi, sono meno scalabili, hanno esperienze utente peggiori e hanno una governance incerta. In una caratteristica però sono superiori, anzi sono gli unici sistemi che la consentono, la resistenza alla censura.

Chi sono quindi i soggetti per i quali una soluzione decentrata è migliore di una centralizzata? Due casi: 

a)        Persone che vivono in paesi in cui l’accesso a servizi tradizionali gestiti con competenza è limitato (per un qualsiasi motivo), ma dove Internet non lo è;

b)        Persone che non vogliono che le loro transazioni siano censurate o note.

Il bitcoin è un’applicazione decentrata per i pagamenti, dove l’asset incentivo si chiama con lo stesso nome: bitcoin. In questo caso possiamo parlare propriamente di criptovaluta in quanto il bitcoin nasce con l’unico scopo di essere una moneta non inflazionabile scambiabile in modalità peer to peer con un sistema decentrato.

Per altre criptovalute invece è più proprio parlare di criptoasset.

Un esempio è un’applicazione decentrata denominata Filecoin, che consente agli utenti di archiviare i file su una rete peer-to-peer di computer anziché in servizi di archiviazione centralizzati come Dropbox. Il suo asset crittografico, chiamato anche Filecoin, incentiva le entità a condividere lo spazio su disco in eccesso con la rete

Un altro esempio, più complesso da comprendere, è un’applicazione decentrata chiamata Ethereum che è un’applicazione decentrata per il lancio di applicazioni decentrate. Si sente spesso parlare di “offerte iniziali di monete” (ICO) e “token”. La maggior parte di questi sono pubblicati su Ethereum. Invece di creare un’applicazione decentrata ad hoc, è possibile crearne una su Ethereum molto più facilmente perché a) la rete esiste già e b) non è progettata per un’applicazione specifica ma piuttosto come una piattaforma per creare applicazioni. 

Nel caso di criptoasset la bontà dei rispettivi progetti va valutata caso per caso e la questione si complica nel caso delle ICOs che presentano caratteristiche molto diverse tra loro. Esaminiamo le due categorie di ICO principali. 

Nella prima categoria (che rappresenta la maggioranza dei casi) ci sono quei token che offrono accesso a specifici servizi, i cosiddetti utility tokens (es l’uso di una applicazione software, di servizi di cloud,..). In questo caso l’acquisto di token di una ICO non è nient’altro che il preacquisto di servizi che verranno resi dalla futura piattaforma. Per capire meglio, può essere utile una metafora. Immaginate se per finanziare l’apertura di un casinò, le fiches venissero vendute ancora prima dell’inaugurazione, anticipando in questo modo il loro utilizzo e fornendole quindi un valore economico. Gli acquirenti potranno scambiarsele sulla base delle previsioni che ognuno di loro fa del successo del casinò e sul numero di possessori di fiches. E’ evidente che perchè gli acquirenti dei token non subiscano una perdita economica è necessario che il casinò arrivi all’apertura e inizi a funzionare (altrimenti i token non varranno nulla). Nel caso l’attività del casinò avesse successo, il loro valore poi potrebbe aumentare solo se essi rappresentassero l’intera dotazione delle fiches del casinò; in questo caso infatti con l’aumentare dei volumi, per accedere ai servizi del casinò, si dovrà utilizzare una frazione dei token iniziali, che quindi aumenteranno il loro valore. 

La possibilità, comunque, che tali token acquistino commerciabilità tale da essere utilizzati come mezzo di scambio anche da non clienti del casinò è prossima a zero.

Spesso la promessa implicita alla base delle ICOs, e la motivazione per cui sono acquistate, risiede nella possibilità/speranza che, in quanto appartenenti alla categoria delle criptovalute, siano anche capaci di replicare le performances di apprezzamento del bitcoin. Per i motivi su esposti il più delle volte tale promessa è ingannevole. Questo tipo di asset ha una possibilità di ritorno economico di difficile valutazione e fortemente dipendente dalla qualità specifica del progetto e dalla modalità di emissione ed utilizzo futuro dei token;  in definitiva si tratta di un asset altamente rischioso che spesso si risolve in una forma di crowd funding, ovvero in un contributo a perdere al progetto rappresentato dalla ICO. 

Nella seconda categoria ci sono quei token che rappresentano il diritto a essere convertiti in un altro bene, i cosiddetty security token o asset baked token. In questo caso il token non è altro che la digitalizzazione dell’asset sottostante, cui conferisce liquidità e trasferibilità in modalità peer to peer.

Tale categoria di token è estremamente interessante perchè, in un certo senso, ripristina e amplifica le condizioni necessarie a far sì che possa emergere una moneta selezionata dal mercato. Non si tratterebbe in questo caso di creare dal nulla una nuova moneta digitale alternativa ma di digitalizzare un asset che può fungere in questo modo da moneta, in più senza violare il teorema di regressione di Mises. Il prezzo di questo token che si verrà a formare sul mercato incorporerà il valore portato dalla digitalizzazione e dalla trasferibilità peer to peer, ma rimarrà saldamente ancorato al prezzo dell’asset sottostante.

In questo momento storico abbiamo più che mai bisogno di asset monetari non bancari, i security token potrebbero fornire una soluzione. 

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